Conoscere e scoprire la carriera di OSS

Gli Operatori Socio Sanitari sono la forza trainante della sanità italiana, rappresentano un supporto valido e affidabile in contesti spesso difficili. Sono il mezzo di contatto tra infermieri e paziente e sono in grado di lavorare nei più diversi contesti, dalle strutture pubbliche a quelle private, dalle case di riposo alle RSA, dalle case famiglia alle comunità terapeutiche di tutta Italia.

Gli OSS sono professionisti che scelgono di dedicarsi, con il proprio lavoro, ai pazienti, non ottenendo magari la “gloria” raggiunta da dottoroni e chirurghi super-star, ma impegnandosi quotidianamente e costantemente per mandare avanti con serietà la grande macchina della sanità pubblica e privata.

Questo, però, è ciò che gli OSS rappresentano per gli addetti del settore. Ma cosa vuol dire veramente essere un operatore socio sanitario?

Essere un Operatore Socio Sanitario significa fare una scelta precisa di vita, studiare, esercitarsi e prepararsi a una carriera a contatto con persone, i pazienti, che si appoggeranno a te per tutto, significa duro lavoro e tanto impegno, ma significa anche donare il conforto di un sorriso quando serve, di un braccio a cui appoggiarsi quando si crede di non farcela, di una parola di comprensione anche al più rassegnato dei pazienti. Il lavoro di un OSS non è un lavoro facile, in quanto spesso si è in contatto con persone fragili e di conseguenza non è possibile improvvisare.

E cosa si ottiene in cambio? Oltre all’ovvia retribuzione economica, si ha la possibilità di entrare realmente in contatto con le persone: per ogni sorriso si otterrà un ringraziamento sincero, per ogni parola detta si conoscerà una storia di vita sempre diversa, per ogni braccio messo a sostegno dell’altro si vivrà un’esperienza nuova e sconosciuta. Questi sono i regali che, senza neanche rendersene conto, fanno i pazienti a chi si prende cura di loro con impegno e professionalità.

Quello dell’OSS è un lavoro prettamente pratico e, come tale, serve tanta esperienza che solamente ore e ore di esercitazione e lavoro sul campo possono garantire.

La formazione, fatta bene, fa la differenza e rende competitivi.

Come è stato scoperto il problema con le sigarette elettroniche

Un caso in particolare in Wisconsin ha fatto unire i puntini ai medici, ma rimangono ancora moltissimi dubbi.

L’11 luglio una ragazza 18enne con forti problemi a respirare si presentò alla clinica pediatrica Bluemound di Brookfield, alla periferia di Milwaukee, Wisconsin: la visitò la medica Jennifer Schreiber, che osservando il colorito grigiastro della sua pelle e i suoi respiri affannati capì che aveva bisogno di andare in un ospedale. Nel giro di dieci minuti la ragazza fu trasportata in ambulanza al reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Pediatrico del Wisconsin, a Milwaukee: i medici non lo sapevano ancora, ma il caso della ragazza avrebbe provocato nei mesi successivi la crisi statunitense delle sigarette elettroniche, ha raccontato un reportage del Wall Street Journal.

La ragazza, che si era appena diplomata ed era anche una podista, si era già presentata in ospedale qualche giorno prima, per gli stessi problemi respiratori: una lastra aveva mostrato delle anomalie polmonari e le era stata fatta una normale diagnosi di polmonite, con annessa prescrizione per gli antibiotici. Quando si presentò nuovamente alla clinica, quattro giorni dopo, non riusciva quasi a camminare: Schreiber la attaccò subito all’ossigeno, dandole delle medicine per aiutarla a respirare e per abbassarle la febbre. Vedendo che non reagiva come avrebbe dovuto, la fece trasferire in ospedale: un’ora e mezza dopo stava respirando con una maschera in terapia intensiva.

La ragazza era la sesta paziente in poco più di un mese arrivata in quell’ospedale con gli stessi problemi respiratori, con dolori al petto e molto indebolita, ma senza segni di infezione. I medici cercarono qualcosa che la accomunasse con gli altri pazienti, scorrendo dettagliatamente le loro cartelle cliniche e ponendo ogni tipo di domande, in cerca di segni di infezioni particolari, allergie, funghi, viaggi in mete esotiche. Trovarono infine una cosa: tutti fumavano le cosiddette sigarette elettroniche, quei dispositivi che sfruttano l’evaporazione di un liquido per simulare le sigarette, diffusi in tutto il mondo.

Il giorno dopo la dottoressa Schreiber chiamò l’ospedale per chiedere come stesse la ragazza e un infermiere le parlò dei casi simili, spiegandole dell’ipotesi delle sigarette elettroniche. Schreiber ha spiegato al Wall Street Journal che non ci aveva minimamente pensato, e che credeva fosse una normale infezione non curata. I medici decisero che l’ipotesi doveva essere resa pubblica, per evitare che altri pazienti con lo stesso problema negli Stati Uniti e altrove fossero curati inutilmente per una infezione. Il 25 luglio tennero una conferenza stampa in cui avvertirono del problema, e nei giorni seguenti negli ospedali di tutti gli Stati Uniti vennero riconosciuti centinaia di casi simili: oggi quelli confermati sono 530, in 39 stati americani. Otto persone sembrano essere morte per i problemi respiratori legati alle sigarette elettroniche.

Due fumatori di sigarette elettroniche a San Francisco. (AP Photo/Samantha Maldonado)

Presto medici da tutto il paese cominciarono a chiamare l’ospedale del Wisconsin per confrontarsi sulle cure da utilizzare. Le autorità sanitarie dello stato chiesero a tutte le cliniche e gli ospedali di segnalare eventuali casi simili. Qualche giorno dopo ricevettero una segnalazione dall’Illinois, le cui autorità aprirono un’indagine insieme a quelle del Wisconsin notificando i CDC (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie), il più importante organo di controllo sulla salute pubblica statunitense. I sintomi dei casi registrati negli Stati Uniti sono vari e soprattutto di diversa gravità, ma vanno generalmente dalla mancanza di fiato ai dolori al petto alla spossatezza, comprendendo talvolta problemi gastrointestinali, febbre e perdita di peso. Le radiografie e le tac mostrano generalmente macchie bianche sui polmoni, ma i risultati degli esami escludono infezioni.

Nelle settimane seguenti la voce si sparse in tutta la comunità scientifica americana e tra molti medici, alcuni dei quasi collegarono casi particolari visti nelle precedenti settimane all’ipotesi dei danni da sigaretta elettronica. Dixie Harris, specialista di malattie polmonari dell’Intermountain Healthcare dello Utah, aveva per esempio avuto diversi pazienti che rientravano nella casistica descritta dai medici del Wisconsin. Ragazzi così giovani con simili problemi polmonari sono molto rari, eppure ne aveva visitati quattro nel giro di pochi giorni, ha raccontato al Wall Street Journal: segnalò tutto ai CDC, che iniziarono a comunicare all’opinione pubblica il problema a metà agosto, arrivando nel giro di un paio di settimane a sconsigliare l’uso delle sigarette elettroniche.

Le sigarette elettroniche sono in circolazione da anni, e da anni scienziati e ricercatori di tutto il mondo provano a valutarne i potenziali rischi, con risultati contrastanti. Nei liquidi di alcune ricariche sono state trovate sostanze potenzialmente pericolose, ma la scarsa regolamentazione ha reso molto complicato studiare con accuratezza gli effetti dei dispositivi sulla salute. Finora le sigarette elettroniche erano generalmente considerate molto meno dannose di quelle tradizionali, e non erano mai state considerate nella diagnosi di problemi polmonari; questa è apparentemente la prima ondata di problemi respiratori legata alle sigarette elettroniche, e – sempre apparentemente – riguarda soltanto gli Stati Uniti.

Non si sa ancora che cosa, nello specifico, causi i problemi, e non si è capito perché ci sia stato un improvviso aumento dei casi negli ultimi mesi. L’ipotesi più diffusa è che qualche sostanza particolare sia stata aggiunta di recente a certi liquidi delle sigarette elettroniche, ma non si è ancora capito con precisione quale. Si è ipotizzato che fosse un problema limitato ai liquidi contenenti THC, il principio attivo della marijuana, piuttosto diffusi negli Stati Uniti. È stato identificato anche il vitamina E acetato come possibile sostanza responsabile dei problemi, ma presto le autorità hanno chiarito che gli ingredienti sospetti sono diversi.

Alcuni dei pazienti ricoverati, infatti, fumavano soltanto sigarette elettroniche contenenti nicotina, del tipo diffuso anche in Italia. Sono in corso delle indagini per provare a individuare la causa precisa, ma nel frattempo i CDC hanno raccomandato di non fumare le sigarette elettroniche, o almeno di evitare i dispositivi e le ricariche modificate o vendute clandestinamente. Si ritiene infatti che perlomeno una parte dei casi possano essere stati causati da liquidi preparati artigianalmente, magari seguendo la stessa nuova ricetta.

Qualcuno si è anche chiesto se la crisi sembri improvvisa semplicemente perché si è iniziato soltanto ora a riconoscere questi problemi respiratori come collegati alle sigarette elettroniche. Susan Walley, ricercatrice della University of Alabama e presidente di un’organizzazione che controlla il consumo di tabacco tra gli adolescenti, ha spiegato a BuzzFeed News che le è capitato di chiedere a dei ragazzi se fumassero sigarette elettroniche, ricevendo una risposta negativa, salvo poi scoprire che fumavano la Juul, una popolare sigaretta elettronica con le ricariche aromatizzate. Molti ragazzi non la considerano una sigaretta elettronica, e questo potrebbe aver complicato le diagnosi prima della crisi.

Gli stessi dubbi riguardano il perché i casi siano limitati agli Stati Uniti: perché i problemi sono causati da ingredienti diffusi soltanto lì, o perché altrove non sono stati riconosciuti? Già l’anno scorso diverse riviste scientifiche avevano pubblicato studi che attribuivano alle sigarette elettroniche casi di malattie polmonari che risalivano anche al 2012, ma non avevano ricevuto molta attenzione. Ora il sospetto principale è che i problemi siano causati dall’esposizione dei polmoni a una o più sostanze chimiche particolari, e i medici statunitensi sono stati avvisati sui sintomi da riconoscere per diagnosticare correttamente il problema, che è stato identificato con la sigla VAPI. I pazienti che rientrano in questa casistica vengono normalmente attaccati all’ossigeno, e vengono somministrati loro degli steroidi che sembrano aiutare a ridurre l’infiammazione. Non si sa ancora se l’infiammazione possa causare danni permanenti tra i pazienti che guariscono.

La crisi delle sigarette elettroniche, dai primi giorni di settembre, si è rapidamente diffusa: sebbene non siano stati ancora registrati casi sospetti fuori dagli Stati Uniti, l’India ha detto che ne vieterà la vendita, e sembra che anche la Cina stia progettando una regolamentazione molto restrittiva. La California si sta invece muovendo contro le reti di distribuzione di liquidi modificati illegalmente, mentre la catena di supermercati Walmart ha smesso di vendere del tutto le sigarette elettroniche.

Donald Trump ha anticipato che potrebbe decidere di vietare del tutto le ricariche aromatizzate, al centro di una controversia precedente ai casi sospetti. I dispositivi per il vaping aromatizzati, e specialmente quelli Juul, hanno avuto un enorme successo tra gli adolescenti, anche tra quelli che non fumano normalmente tabacco, una pratica intorno alla quale negli Stati Uniti c’è un sempre maggiore stigma sociale. Vietare le ricariche alla frutta o alla menta è considerata una possibile soluzione, ma in molti avvertono che rischia di privare molti ex fumatori di un’alternativa alle sigarette, riportandoli al tabagismo (e sospettano che Trump intenda vietare del tutto le ricariche per le pressioni dell’industria del tabacco).

Chi aiuta un suicidio non è sempre punibile, dice la Corte Costituzionale

La Consulta si è espressa sul caso di Marco Cappato, sotto processo per avere aiutato a morire Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo.

La Corte Costituzionale si è espressa oggi sul caso di Marco Cappato, dell’associazione Luca Coscioni, accusato di avere aiutato Fabiano Antoniani, più conosciuto come dj Fabo, a suicidarsi: Antoniani era rimasto paralizzato e cieco dopo un incidente. Dopo giorni di udienza, la Corte ha stabilito che non è sempre punibile chi aiuta una persona a suicidarsi, cioè «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Nel febbraio 2017 Cappato, storico leader dei Radicali di Milano e promotore della campagna “Eutanasia legale”, aveva accompagnato Antoniani nella clinica svizzera dell’associazione Dignitas per il suicidio assistito, visto che in Italia la procedura era illegale. Era stato lo stesso Cappato a dare la notizia della morte di Antoniani, il 27 febbraio. Quella mattina Antoniani aveva scritto su Facebook: «Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato. Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco, grazie mille».

Dopo la morte di Antoniani, era iniziato il procedimento contro Cappato, che era stato accusato di avere violato l’articolo 580 del codice penale, che punisce chiunque determini «altri al suicidio o rafforzi l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevoli in qualsiasi modo l’esecuzione». Nel febbraio 2018 il tribunale di Milano aveva deciso che le accuse a Cappato dovevano essere valutate dalla Corte Costituzionale, dopo che la pm Tiziana Siciliano aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio, che prevede una pena fra i 6 e i 12 anni di carcere.

Nell’ottobre dello stesso anno la Corte aveva sospeso la sua decisione, annunciando che l’avrebbe esaminata solo nel settembre 2019 come richiesto dalla presidenza del Consiglio, per dare modo al Parlamento di legiferare in materia e approvare una «appropriata disciplina» sul suicidio assistito. Finora, comunque, non è stata approvata alcuna legge sul tema.

La Corte «ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». Dopo la sentenza, Cappato ha detto: «La Corte costituzionale ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci. È una vittoria di Fabo e della disobbedienza civile, ottenuta mentre la politica ufficiale girava la testa dall’altra parte. Ora è necessaria una legge».

L’Agenzia Europea per i Medicinali ha chiesto di fare controlli specifici su tutti i farmaci che potrebbero contenere una sostanza probabilmente cancerogena

L’EMA, l’Agenzia Europea per i Medicinali, ha chiesto, in forma precauzionale che tutte le aziende e gli enti che hanno a che fare con il commercio di farmaci nell’Unione Europea si accertino che in quei farmaci non siano presenti tracce di N-nitrosodimetilammina, una sostanza considerata «probabilmente cancerogena» dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sulla base di studi condotti su animali. Il comunicato dell’EMA è arrivato dopo che il 24 settembre l’Agenzia Italiana del Farmaco aveva vietato l’utilizzo di farmaci contenenti ranitidina, perché in alcuni di essi erano appunto state trovate tracce di N-nitrosodimetilammina.

I farmaci oggetto del ritiro

Tutti i farmaci ritirati dal mercato per ordine dell’AIFA sono prodotti a base di ranitidina, una molecola simile all’istamina che non permette a quest’ultima di legare i recettori H2 presenti sulle cellule della parete dello stomaco. Questi sono dei recettori che, se attivati dall’istamina, inducono secrezione di acido gastrico. Il legame della ranitidina occupa i recettori senza determinarne un’attivazione, impedendo così all’istamina di svolgere la sua funzione.

In alcuni dei lotti di ranitidina, tuttavia, le autorità competenti hanno rinvenuto la presenza di un composto anomalo. Si tratta della NDMA (N-nitrosodimetilammina), ovvero un composto appartenente alla famiglia delle nistrosammine.

Generalmente l’esposizione a NDMA avviene attraverso l’ingestione di acqua contaminata ed è certamente presente in alcuni pesticidi. A seguito di esperimenti condotti su modelli animali, questa sostanza è stata considerata potenzialmente cancerogena per l’uomo.

L’NDMA è associato al cancro gastrico e del colon, sebbene studi sull’esposizione attraverso l’acqua non ve ne siano stati e si ritenga che esposizioni a quantità estremamente basse possano risultare poco importanti.

Nel caso dell’azienda farmaceutica, la sua presenza potrebbe indicare un malfunzionamento degli impianti di produzione, sui quali si stanno già effettuando i necessari controlli.

L’Azienda Italiana del Farmaco, ritirando dal mercato molti lotti di prodotti ha preso una precauzione importante. Non è detto, infatti, che in tutte le partite di farmaci contenti ranitidina indiana vi siano tracce di NDMA, ma essendo in gioco la salute dei cittadini non è possibile evitare controlli molto serrati.

Nella sua nota, l’AIFA, evidenzia come si stiano intraprendendo analisi per controllare anche tutti gli altri farmaci a base della stessa sostanza prodotta in altri stabilimenti e come decisioni analoghe sono state prese, in passato, anche in altre situazioni ed in altri Paesi Europei.

Per tutti coloro che sono in trattamento con uno dei farmaci presenti nella lista il consiglio di AIFA è quello di recarsi dal proprio medico per valutare un cambio terapeutico nel più breve tempo possibile, senza la necessità di sospendere la terapia.

Sonnambulismo, ecco perché ci si ritrova a vagare nel cuore della notte

Plazzi (neurologo): «Non è vero che il sonnambulo non può essere svegliato».

«Una parte del nostro cervello è sveglia, mentre un’altra dorme». È così che Giuseppe Plazzi, neurologo, presidente Aims, l’Associazione Italiana Medicina del Sonno, spiega il sonnambulismo. «Una parasonnia – aggiunge – è un fenomeno atipico del sonno che compare durante la sua fase più profonda».


Età di insorgenza e cause

«Spesso il sonnambulismo si manifesta nell’età pediatrica: più del 15% dei bambini soffre o ha sofferto di sonnambulismo durante la sua vita. Due bimbi su 10 – dice Plazzi – continuano ad avere problemi di sonnambulismo anche da adulti, nella maggior parte dei casi a causa di una predisposizione familiare: i genitori sonnambuli generano, molto frequentemente, figli altrettanto sonnambuli».

Quali sono i comportamenti tipici del sonnambulo?

«Vaga per la sua stanza, si mette alla ricerca di oggetti anche sotto il letto, raggiunge tutti i luoghi della casa, coinvolgendo le altre persone che vivono sotto lo stesso tetto. È raro che il sonnambulo sia aggressivo, per cui – suggerisce l’esperto – la cosa migliore è cercare di tranquillizzarlo, convincendolo a ritornare a letto con dolcezza. La rassicurazione è la cosa più importante: non è vero che il sonnambulo non può essere svegliato. Soprattutto, se si trova in una situazione di pericolo, come ad esempio in cima ad una scala, bisogna essere molto prudenti ed assisterlo».

È possibile accorgersi di soffrire di sonnambulismo?

«Questo disturbo – risponde il neurologo – lascia quasi sempre un’amnesia: è raro che un sonnambulo ricordi la sua esperienza, se non attraverso poche immagini sfumate. Questo perché si svegliano solo alcun zone del suo cervello, come quella motoria e affettiva. È dunque consentito il movimento, ma le aree deputate alla coscienza ed alla consapevolezza restano addormentate. La persona che soffre di sonnambulismo potrà accorgersi al mattino che alcune cose nella stanza non sono più allo stesso posto in cui le aveva lasciate la sera precedente o può addormentarsi nel suo letto e risvegliarsi sul divano, senza sapere né come, né quando ci è arrivato».

Rischi e rimedi

«L’unica conseguenza del sonnambulismo è la sonnolenza diurna, non ci sono altri rischi che possono indurre il soggetto a sviluppare delle patologie correlate. Nello stesso tempo, però, non esistono cure, ma solo trattamenti che possono migliorare la condizione del paziente, come anche la psicoterapia. Attenzione ai farmaci – conclude l’esperto – alcuni possono generare un effetto paradosso aumentando gli episodi di sonnambulismo».


Fonte: Sanità Informazione