Il sangue dei convalescenti contro il coronavirus

Gli ospedali di New York lo useranno sui malati di COVID-19, anche se non sono ancora completamente chiari benefici ed efficacia del sistema.

Nello stato di New York i casi rilevati da coronavirus sono oltre 33mila e le morti più di 300. Il personale sanitario nei principali ospedali newyorkesi segnala una situazione ormai critica, con reparti pieni di pazienti e terapie intensive senza posti letto disponibili, simili ai racconti dagli ospedali nel Nord Italia, che ormai da settimane affrontano il grande afflusso di casi gravi da COVID-19. In attesa di avere farmaci efficaci contro il coronavirus e un vaccino, alcuni ospedali di New York stanno avviando una sperimentazione clinica di ultima risorsa: le trasfusioni di sangue da pazienti convalescenti.

L’iniziativa riprende esperienze simili condotte in Cina nei mesi scorsi, ma sulle quali si attendono ancora dati chiari per comprenderne l’efficacia. Un approccio simile era stato seguito in passato per trattare i pazienti affetti da altre malattie come Ebola e SARS, una sindrome respiratoria causata da un coronavirus con alcune cose in comune con l’attuale. La pratica di usare il plasma, la parte liquida del sangue, a questi scopi è del resto piuttosto antica: era stata sperimentata con alterni successi durante l’epidemia influenzale da H1N1 nel 1918 (la cosiddetta “influenza spagnola”).

A differenza di altre soluzioni, il vantaggio di utilizzare il plasma dei convalescenti è dato dalla sua immediata reperibilità, rispetto a nuovi trattamenti farmacologici e vaccini che devono essere sperimentati a lungo prima di dimostrarsi sicuri ed essere approvati. Le trasfusioni di plasma sono sicure, posto naturalmente che siano effettuati tutti i test necessari prima di procedere sui malati di COVID-19.

Come con altre malattie infettive, la guarigione dalla COVID-19 avviene quando il sistema immunitario impara a riconoscere il coronavirus, impedendogli di continuare a replicarsi nell’organismo facendo danni. In molti pazienti, la carica di anticorpi contro il virus rimane consistente nei giorni della loro convalescenza e i medici confidano di sfruttare questa condizione, effettuando prelievi del loro sangue ricco di anticorpi per iniettarlo nei nuovi malati.

La possibilità di utilizzare il plasma dei convalescenti era stata sostenuta a fine febbraio da Arturo Casadevall, un immunologo della Johns Hopkins University (Baltimora, Maryland), attraverso un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal. L’articolo aveva attirato l’interesse e la collaborazione di diversi medici e ricercatori statunitensi, che in poco tempo avevano prodotto documenti e analisi necessari per chiedere alle autorità federali statunitensi l’approvazione del trattamento. Il permesso è arrivato il 24 marzo, con l’avvio di un sistema di analisi e controllo delle esperienze cliniche con il plasma negli ospedali.

Gli ospedali Mount Sinai e Albert Einstein College of Medicine saranno tra i primi ad avviare l’impiego del plasma nella città di New York. La sperimentazione sarà condotta su pazienti risultati positivi al coronavirus: i medici decideranno a seconda dei casi, e segnaleranno poi le loro valutazioni in modo che le informazioni restino condivise nella comunità scientifica.

Non è ancora chiaro quanto questa soluzione possa essere efficace contro la COVID-19, soprattutto per mancanza di informazioni nella letteratura scientifica. Uno studio svolto in Cina su 13 pazienti con sintomi gravi ha fatto rilevare l’assenza del coronavirus dopo pochi giorni dalla trasfusione, ma le condizioni dei pazienti sono comunque peggiorate, forse perché la trasfusione era avvenuta tardivamente.

Per questo uno dei tre protocolli che saranno sperimentati prevede di procedere con le trasfusioni negli stadi iniziali della malattia, valutando in questo modo quanti casi progrediscano ugualmente fino a rendere necessario il ricovero in terapia intensiva. Un secondo protocollo prevede di effettuare le trasfusioni nei casi gravi, mentre il terzo valuterà l’efficacia del sistema nella sua forma preventiva, da impiegare con le persone rimaste a stretto contatto con un individuo infetto. Se le trasfusioni si rivelassero utili per ridurre il rischio di contrarre la malattia, o di sviluppare sintomi gravi, potrebbero essere impiegate per gli ospedalieri riducendo le carenze di personale dovute ai contagi.

Anche se si rivelassero efficaci, le trasfusioni non sarebbero comunque una soluzione definitiva e stabile per la COVID-19. Il loro impiego è visto soprattutto come una possibilità per ridurre i casi gravi, soprattutto tra le persone a rischio, evitando il sovraffollamento negli ospedali. Il plasma potrebbe inoltre offrire un’alternativa temporanea, in attesa dell’approvazione di nuovi protocolli di cura con farmaci esistenti, dello sviluppo di nuovi medicinali e di vaccini contro il coronavirus.

Il grande test dell’OMS contro il coronavirus

I quattro trattamenti più promettenti contro la COVID-19 saranno sperimentati su scala globale, con un sistema di raccolta dati in tempo reale per verificarne l’efficacia.

La pandemia da coronavirus sta portando alla realizzazione di uno dei più grandi test clinici a livello globale mai tentati. L’iniziativa si chiama SOLIDARITY ed è stata ideata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con l’obiettivo di sperimentare i quattro trattamenti che al momento sembrano essere più promettenti contro la COVID-19, la malattia causata dal coronavirus. I test coinvolgono farmaci già esistenti e usati – per esempio – contro l’HIV ed Ebola, e potranno essere svolti in migliaia di ospedali in giro per il mondo, senza particolari complicazioni per il personale medico alle prese con la più grande crisi sanitaria di questo secolo.

Nell’80 per cento dei casi il coronavirus causa sintomi lievi che non rendono necessario il ricovero in ospedale, ma per i casi restanti con sintomi più importanti o gravi il ricovero è talvolta inevitabile. I pazienti più a rischio possono sviluppare pericolose polmoniti, che devono essere trattate nei reparti di terapia intensiva, spesso facendo ricorso all’intubazione per facilitare la respirazione. I trattamenti servono a prendere tempo, in attesa che il sistema immunitario riesca a sconfiggere la malattia.

Un ricovero in terapia intensiva può quindi durare diverse settimane, e questo complica la gestione di molti pazienti gravi, perché i posti in questi reparti altamente specializzati sono pochi. Farmaci più efficaci nel trattare la COVID-19 potrebbero contribuire enormemente a ridurre i tempi di degenza, consentendo al personale sanitario di trattare molti più pazienti, evitando il sovraffollamento ospedaliero (che inevitabilmente si riflette sulla qualità dell’assistenza).

Da quando è iniziata l’epidemia da coronavirus, medici e ricercatori hanno valutato e sperimentato su piccola scala decine di diversi farmaci, già disponibili e sviluppati per altre malattie. Alcuni test si sono rivelati fallimentari, altri un poco più promettenti, ma è mancato un coordinamento internazionale per avere dati su scala più grande. L’OMS vuole quindi concentrare le attenzioni su quattro trattamenti e offrire ai medici una piattaforma online dove condividere facilmente le loro esperienze, in modo da raccogliere i dati il più rapidamente possibile.

Clorochina e idrossiclorochina
Sono due farmaci utilizzati da quasi un secolo per prevenire e trattare la malaria. Riducono l’acidità negli endosomi, le vescicole che fanno transitare materiale attraverso la membrana cellulare, uno dei meccanismi sfruttati da alcuni virus per entrare nelle cellule. Il coronavirus, però, utilizza un sistema diverso per penetrare nella cellula (tramite le proteine sulle sue punte, da cui deriva il prefisso “corona”) e non è quindi chiaro se clorochina e idrossiclorochina siano efficaci. Alcuni test di laboratorio, quindi su culture cellulari in vitro, hanno indicato un qualche effetto sul coronavirus, ma le dosi necessarie per ottenere risultati apprezzabili sono alte e questo potrebbe comportare un’eccessiva tossicità del trattamento.

Finora medici e ricercatori cinesi hanno pubblicato una ventina di studi e relazioni sulle loro esperienze cliniche con clorochina e idrossiclorochina per trattare la COVID-19, ma senza dati chiari e univoci sugli effetti dei farmaci. Altri studi condotti in Europa hanno dato esiti incerti e rimangono le preoccupazioni sulla tossicità del trattamento.

Inizialmente l’OMS non aveva intenzione di inserire i due farmaci in SOLIDARITY, ma i suoi esperti hanno poi cambiato idea in seguito al grande dibattito scientifico e nell’opinione pubblica intorno a questi trattamenti. Il confronto è stato in parte incentivato da alcune dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che in una conferenza stampa aveva definito “rivoluzionari” i due farmaci, senza però mostrare di avere compreso molto il contesto.

Lopinavir e ritonavir
La sperimentazione riguarda anche due antiretrovirali solitamente utilizzati nelle infezioni da HIV e combinati nel farmaco dal nome commerciale Kaletra. Il medicinale ha la capacità di bloccare l’attività di un enzima che attiva alcune proteine virali, consentendo in questo modo al virus dell’HIV di ottenere l’accesso alle cellule, nelle quali si replica facendo aumentare l’infezione nell’organismo.

Il Kaletra è impiegato da circa 20 anni e si è notato che può avere effetti simili con virus diversi dall’HIV. Negli anni scorsi, per esempio, si è rivelato promettente per trattare la MERS, un’altra sindrome respiratoria causata da un coronavirus, nelle cavie di laboratorio.

I primi test con il Kaletra contro l’attuale coronavirus non sono stati però molto incoraggianti. Una ricerca – svolta in Cina su 199 pazienti e pubblicata sulla rivista scientifica NEJM – spiega di non avere rilevato particolari differenze nel trattamento dei pazienti con o senza il farmaco. Lo studio specifica comunque che il medicinale è stato impiegato in uno stadio avanzato della COVID-19, quando i pazienti avevano sviluppato sintomi molto gravi, e che ci potrebbero quindi essere margini per impiegarlo su casi meno gravi e prevenire ulteriori peggioramenti.

Kaletra e interferone beta
Il trattamento prevede l’impiego di lopinavir e ritonavir con l’interferone beta, una molecola coinvolta nei sistemi di regolazione dell’infiammazione nel nostro organismo (è il sistema immunitario a causare l’infiammazione per superare le infezioni, facendo aumentare tra le altre cose la temperatura dei tessuti). Un trattamento simile era già stato sperimentato su cavie di laboratorio contro la MERS. L’impiego dell’interferone beta è però rischioso nei pazienti con COVID-19, perché potrebbe ridurre la capacità del sistema immunitario di contrastare la diffusione nell’organismo del coronavirus.

Remdesivir
Il remdesivir era stato sviluppato dall’azienda farmaceutica Gilead contro Ebola, ma senza che si rivelasse efficace come sperato nei test sul campo. Il farmaco prende comunque di mira un enzima coinvolto nella replicazione dei virus a RNA (il modo in cui è organizzato il loro codice genetico) come i coronavirus. Un paio di anni fa, una ricerca ha per esempio dimostrato che il remdesivir inibisce i coronavirus responsabili della MERS e della SARS, malattia respiratoria causata da un coronavirus simile all’attuale.

Le esperienze su remdesivir e COVID-19 disponibili finora sono aneddotiche, ma comunque incoraggianti. È però necessario uno studio molto più ampio per verificare non solo l’efficacia del farmaco, ma anche la sua sicurezza su pazienti con particolari condizioni cliniche. Come per altri farmaci simili, il remdesivir potrebbe essere efficace soprattutto se somministrato dopo l’insorgere dei primi sintomi, riducendo il rischio che peggiorino.

SOLIDARITY
L’OMS ha cercato di mantenere il più semplice possibile l’accesso al suo test globale, in modo che possano partecipare ospedali e operatori sanitari da tutto il mondo. Quando una persona risulta positiva al coronavirus, viene ritenuta compatibile per testare i farmaci e presta il proprio consenso, spetta al suo medico inserire i dati su un portale dell’OMS, specificando la presenza di eventuali malattie pregresse come problemi cardiaci, diabete o HIV. Il medico deve poi indicare quali farmaci sono disponibili nell’ospedale in cui è ricoverato il paziente ed è il sito ad assegnare una delle quattro terapie.

L’inserimento sul portale è l’unica azione richiesta ai medici per tutto il tempo di degenza del paziente. Al termine della terapia, il medico si collega nuovamente e indica sul portale la data di dimissione del paziente o del suo decesso, insieme a poche altri dettagli (per esempio se si fosse resa necessaria o meno l’intubazione).

Il grande test clinico globale organizzato dall’OMS non è “a doppio cieco”, cioè nella modalità in cui sia gli sperimentatori sia i pazienti ignorano informazioni fondamentali la cui conoscenza potrebbe influenzare i risultati. I pazienti potrebbero quindi subire l’effetto placebo sapendo di avere ricevuto uno dei farmaci della sperimentazione, rispetto ai trattamenti standard. Gli esperti dell’OMS hanno spiegato di aver valutato i costi e i benefici di questa scelta, optando per un sistema che permetta di avere il più rapidamente possibile molti dati da numerose esperienze cliniche.

SOLIDARITY non funziona comunque con uno schema completamente fisso: l’OMS terrà sotto controllo da subito i dati, man mano che arrivano tramite il portale, e interverrà per affinare le ricerche, eventualmente escludere uno dei quattro trattamenti o aggiungere nuovi farmaci sperimentali. Più medici, ospedali e istituzioni parteciperanno condividendo le esperienze su migliaia di pazienti, più il sistema si potrà rivelare utile per capire su quali soluzioni puntare.

Discovery e altri
L’Institut national de la santé et de la recherche médicale della Francia, ha annunciato “Discovery”, un progetto simile a SOLIDARITY che coinvolgerà 3.200 pazienti da sette paesi. Altri centri di ricerca stanno organizzando iniziative simili, che potranno contribuire a raccogliere dati e informazioni sui trattamenti con il maggior potenziale per trattare la COVID-19.

Esiti
L’iniziativa avviata dall’OMS è estremamente ambiziosa e non era mai stata tentata prima in questi termini, soprattutto per i tempi rapidi che si è data l’Organizzazione. Entro poche settimane dovrebbero essere disponibili i primi risultati, su cui ragionare per trovare nuove soluzioni contro la malattia. L’attuale coronavirus è del resto noto da circa tre mesi e molte delle sue caratteristiche sono ancora da scoprire. L’assenza di un vaccino, ancora in fase di sviluppo e con la prospettiva di non averlo pronto prima del prossimo anno, rende i trattamenti con i farmaci l’unica vera alternativa per ridurre la letalità della COVID-19 e fare in modo che gli ospedali possano lavorare evitando il collasso.

Cosa c’è di vero sull’Avigan contro il coronavirus

L’efficacia dell’antivirale – di cui si è discusso molto dopo un video sui social – è ancora oggetto di studio e sperimentazioni, come ha spiegato l’Agenzia Italiana del Farmaco.

Nel fine settimana è circolato molto online un video di un farmacista laziale che parla con toni entusiastici dell’Avigan (favipiravir), un farmaco antivirale disponibile in Giappone che avrebbe dato esiti positivi in una sperimentazione su pazienti affetti da coronavirus. Il video è stato in seguito ripreso da numerosi giornali e da alcune trasmissioni televisive, e non sono mancate polemiche nei confronti delle istituzioni che autorizzano i farmaci, con accuse di non essersi occupate della questione. In realtà l’Avigan è stato sperimentato su un numero ristretto di pazienti con esiti scientifici ancora incerti, e non è un medicinale tenuto segreto: è noto da tempo all’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), autorità che ha il compito di vigilare sulla sicurezza dei medicinali e di autorizzarne l’uso in Italia.

Il video dal Giappone
Cristiano Aresu ha 41 anni, lavora come farmacista e frequenta spesso il Giappone. Nel pomeriggio di sabato 21 marzo, Aresu ha pubblicato su Facebook un video di circa tre minuti, nel quale mostra una piazza di Tokyo sostenendo che la popolazione sia tornata a condurre una vita normale, anche grazie all’impiego dell’Avigan per trattare i malati di COVID-19, la malattia causata dal coronavirus. Nel video dice che il farmaco “ha fatto rinascere il Giappone” e lo ha fatto “tornare a respirare”, aggiungendo poi che gli italiani dovrebbero chiedere “a gran voce” al governo di avere l’Avigan per risollevarsi come hanno fatto i giapponesi.

Domenica 22 marzo l’edizione cartacea del Corriere della Sera ha parlato di Aresu in un breve articolo intitolato “L’esperienza da Tokyo: l’antinfluenzale per i casi lievi”, con una lunga serie di virgolettati nei quali il farmacista sosteneva che la somministrazione dell’Avigan “blocca il progredire della malattia nel 91 per cento dei casi”. Qualche cautela era espressa alla fine dell’articolo, che citava anche gli “effetti positivi” riscontrati “dagli scienziati cinesi”, senza fornire maggiori dettagli.

Che cos’è l’Avigan
Avigan è il nome commerciale del favipiravir, un farmaco antivirale sviluppato dall’azienda farmaceutica Toyama Chemical (del gruppo giapponese Fujifilm) attivo contro alcuni tipi di virus a RNA. È stato progettato con l’obiettivo di bloccare i meccanismi utilizzati dai virus per replicarsi nell’organismo, in modo da aiutare il sistema immunitario a sbarazzarsene, in tempi più rapidi e con minori conseguenze per la salute.

Il farmaco è stato approvato dalle autorità di controllo giapponesi nel 2014, prevedendo un suo possibile utilizzo nel caso delle pandemie influenzali, quindi causate da virus diversi dal coronavirus. A oggi ci sono però ancora dubbi sull’efficacia dell’Avigan, soprattutto nella sua capacità di proteggere le cellule che compongono i tessuti delle vie aeree superiori, dove di solito i virus influenzali fanno più danni.

A differenza di quanto sostiene Aresu, a oggi l’impiego dell’Avigan in Giappone è consentito solamente in particolari condizioni di emergenza, quando altri antivirali si dimostrano inefficaci. Inizialmente Toyama Chemical sperava che l’approvazione da parte delle autorità potesse includere più casi, facendo dell’Avigan un sostituto del Tamiflu, farmaco sul mercato ormai da tempo e che dà risultati positivi nel trattamento di alcune sindromi influenzali. Attualmente l’impiego dell’Avigan è consentito in Giappone e da circa una settimana in Cina, mentre il farmaco non è ancora approvato dalle principali autorità per i farmaci al mondo come la statunitense FDA e l’europea EMA.

Ricerca
Lo studio più citato finora sull’Avigan e il coronavirus è una ricerca condotta in Cina da Qingxian Cai (Università di Shenzhen) e colleghi su 80 pazienti, per mettere a confronto gli effetti del farmaco con quelli di altri antivirali (lopinavir/ritonavir). Secondo lo studio, l’impiego dell’Avigan avrebbe ridotto di 4 giorni circa il tempo di scomparsa del coronavirus dai pazienti, rispetto agli 11 giorni mediamente necessari nel gruppo di controllo trattato con gli altri medicinali. Lo studio parla anche di un miglioramento delle TAC ai polmoni nel 91 per cento dei casi, cosa comunque diversa dall’affermazione sulla capacità dell’Avigan di “bloccare la malattia” segnalata da Aresu.

La ricerca non è stata ancora pubblicata e ha comunque riguardato una quantità ridotta di pazienti, senza una loro selezione prima del trattamento, cosa che ha probabilmente falsato alcuni risultati. In Cina, tuttavia, test e verifiche con l’antivirale stanno proseguendo già da diverse settimane, per valutarne gli effetti.

Cosa dice l’AIFA
L’AIFA ha espresso le proprie perplessità sull’Avigan, ricordando che lo studio cinese ha preso in considerazione casi di COVID-19 non grave:

Sebbene i dati disponibili sembrino suggerire una potenziale attività di favipiravir, in particolare per quanto riguarda la velocità di scomparsa del virus dal sangue e su alcuni aspetti radiologici, mancano dati sulla reale efficacia nell’uso clinico e sulla evoluzione della malattia. Gli stessi autori riportano come limitazioni dello studio che la relazione tra titolo virale e prognosi clinica non è stata ben chiarita e che, non trattandosi di uno studio clinico controllato, ci potrebbero essere inevitabili distorsioni di selezione nel reclutamento dei pazienti.

In Italia, l’AIFA ha il compito di assicurarsi che i farmaci siano sicuri ed efficaci e non ha alcun interesse a ostacolare l’introduzione di nuovi medicinali, come verrebbe da pensare osservando il video da Tokyo e leggendo altre insinuazioni circolate online nelle ultime ore. La tutela della salute pubblica passa anche dalla valutazione e l’eventuale approvazione di nuovi trattamenti, che devono però prima dimostrare di essere efficaci anche da un punto di vista di costi e benefici sanitari (per esempio con una valutazione sugli eventuali effetti collaterali rispetto ai potenziali benefici).

La Commissione Tecnico-Scientifica dell’AIFA si riunirà nuovamente oggi per nuove valutazioni generali sui farmaci disponibili, o da sperimentare, contro il coronavirus, e ha annunciato nuovi approfondimenti anche sull’Avigan.

L’igiene delle mani

Sono passati  oltre 170 anni da quando il dr. Semmelweis, lavorando all’ospedale universitario  di Vienna, riuscì a identificare le cause che portavano a morte le puerpere ricoverate: erano le mani dei medici e dei tirocinanti medici,che prima del classico giro visite in corsia,infettavano le puerpere.  A quel tempo non esistevano i guanti e il lavaggio delle mani era effettuato in maniera molto superficiale e pertanto  le povere puerpere venivano infettate con esito letale.

Il Dr. Semmelweis, con i suoi studi,capì per primo la correlazione tra il lavaggio delle mani e le infezioni. Elaborò una sorta di procedura igienica che prevedeva l’utilizzo di soluzioni a base di cloro (all’epoca  clorina) e la mortalità scese ben oltre il 90%.

La comunità scientifica dell’epoca lo irrise e lo isolò a tal punto da farlo ricoverare in un ospedale psichiatrico, dove morì per infezione per le ferite provocate dalle percosse subite  dalle guardie. Il Dr  Semmelweis venne riabilitato alcuni anni dopo e il suo insegnamento appare quanto mai attuale oggi, da parte delle autorità sanitarie governative di tutto il mondo.

Per tutti gli operatori della sanità (medici ,infermieri, oss) vale la pena evidenziare, ancora una volta, le modalità del lavaggio delle mani: sociale o routinario a inizio del turno di servizio e per almeno 1 minuto; antisettico quando si è a contatto con i pazienti, specie con deficienze immunitarie, prima e dopo manovre invasive e per almeno 3/4 minuti;  pre-operatorio come preparazione agli interventi chirurgici e per almeno 5/6minuti lavando anche gli avambracci . Si tratta di misure igieniche fondamentali per prevenire il rischio infettivo.

Detto questo, occorre evidenziare,per quanto riguarda la pratica quotidiana (singoli cittadini, famiglie), che l’igiene delle mani, quale fondamentale misura singola per la prevenzione del rischio infettivo, richiede una corretta esecuzione onde evitare che non venga alterato il film idrolipidico  che rappresenta una barriera di difesa.

La cute è un organo barriera che svolge un ruolo fondamentale nella difesa dell’organismo dall’ambiente esterno. La cute integra rappresenta una sorta di barriera nei confronti della penetrazione di numerosi batteri e virus ed è per questo che la sua integrità è fondamentale per preservare l’organismo da malattie infettive.

Il nuovo coronavirus (SARS-CoV-2), causa dell’attuale pandemia,  si trasmette attraverso la saliva e contatti diretti  personali, innanzitutto le mani contaminate. Questo virus non è in grado di attraversare la cute. Le micro-gocce di saliva (droplet) eliminate dai malati,sospese nell’aria, si depositano sulle mani, gli oggetti e in questo modo potrebbero veicolare il virus, se portate in bocca, o attraverso contatti diretti personali, come semplici strette di mano.

In conclusione: acqua e sapone per il lavaggio sociale; antisettico prima e dopo manovre invasive; pre-operatorio prima di interventi chirurgici. Il lavaggio delle mani è una misura fondamentale ma non deve diventare maniacale, onde evitare di compromettere il ruolo barriera della nostra cute  che naturalmente deve essere sempre integra e ben curata.

Articolo di Antonio Mancini – Infermiere e Docente Aifitec

A che punto siamo con i farmaci contro il coronavirus

Una collaborazione internazionale sta studiando oltre 50 principi attivi che potrebbero fermare il virus, mentre c’è un primo insuccesso di una terapia antivirale.

Migliaia di ricercatori in tutto il mondo sono al lavoro per trovare nuovi trattamenti contro la COVID-19, la malattia causata dal coronavirus. Uno dei progetti più promettenti è stato organizzato dall’Università della California (San Francisco) e ha portato all’identificazione di 50 farmaci già esistenti e sviluppati per altre malattie, che potrebbero offrire nuovi sistemi per bloccare il virus e impedirgli di replicarsi nelle cellule del nostro organismo. Rispetto ad altre epidemie emerse in passato e su scala più piccola, le ricerche stanno procedendo più velocemente, tra speranze e primi insuccessi nelle sperimentazioni.

Non c’è cura
A oggi contro la COVID-19 non c’è una cura. La maggior parte degli infetti sviluppa sintomi lievi, che passano dopo un paio di settimane di isolamento a casa assumendo farmaci per ridurre febbre e dolori. Per gli altri può essere necessario il ricovero in ospedale a causa di sintomi più gravi, soprattutto a carico dell’apparato respiratorio. I pazienti ricoverati sono trattati nei normali reparti o in terapia intensiva, a seconda delle loro condizioni, ma con trattamenti che possono solamente ridurre i sintomi o favorire la respirazione (tramite mascherine a ossigeno o con l’intubazione). L’obiettivo è guadagnare tempo, evitando che il paziente si aggravi mentre il suo sistema immunitario reagisce all’infezione per sbarazzarsi del virus.

Farmaci e proteine
La ricerca di farmaci efficaci si sta quindi concentrando sull’identificazione di principi attivi che possano bloccare il coronavirus, impedendogli di attaccare le cellule e di sfruttarle per replicarsi e aumentare l’infezione. Centinaia di ricercatori coordinati dal Quantitative Biosciences Institute Coronavirus Research Group (QBI) dell’Università della California, per esempio, stanno studiando i farmaci oggi disponibili sul mercato, per identificare i candidati più promettenti contro la COVID-19. L’obiettivo è trovare principi attivi che facciano da barriera tra il coronavirus e le proteine delle nostre cellule che vengono sfruttate dal virus per produrre le sue copie.

Le ricerche presso il QBI sono state avviate a inizio gennaio, quando erano iniziate a circolare le prime informazioni sul coronavirus (SARS-CoV-2), in seguito ai primi casi gravi di polmoniti atipiche nell’area di Wuhan, in Cina, da dove è partita l’attuale epidemia. L’attività più importante ha riguardato lo studio delle proteine presenti nelle nostre cellule che vengono sfruttate dal coronavirus per replicarsi. Una mappatura di questo tipo richiede di solito un paio di anni per essere svolta, ma grazie alla collaborazione di una ventina di laboratori è stato possibile ottenere una prima mappa in una manciata di settimane.

Mappa
Il risultato è stato reso possibile dalle conoscenze accumulate negli anni scorsi, attraverso lo studio di altri virus. I ricercatori avevano per esempio già svolto una mappa delle proteine sfruttate dall’HIV e da alcuni virus che causano Ebola e la dengue.

Gli studi di laboratorio svolti a febbraio hanno permesso di scoprire oltre 400 proteine che, in un modo o nell’altro, sembrano essere coinvolte dall’attività del coronavirus sul sistema respiratorio. Sono sfruttate in vario modo, per esempio per eludere le difese dell’involucro protettivo della cellula (membrana cellulare), inserire il codice genetico (RNA) del coronavirus e sfruttare poi le strutture cellulari (organuli) per produrre nuove copie del virus, che vengono rilasciate dalla cellula. Queste copie attaccano poi altre cellule dell’apparato respiratorio per replicarsi ulteriormente. Il sistema immunitario reagisce con un’infiammazione, che serve a uccidere il virus e a distruggere le cellule che fanno da fotocopiatrici, ma non sempre il contrattacco è efficace e così si assiste a un peggioramento dei pazienti.

La mappa ha messo in evidenza diverse interazioni tra il coronavirus e proteine cellulari che, almeno finora, non sembrano avere nulla a che fare con la produzione di nuove copie del virus. Queste interazioni passate inosservate finora potrebbero nascondere la chiave per capire alcune caratteristiche della replicazione virale, offrendo la possibilità di intervenire per bloccarla. Per ogni proteina della mappa, i ricercatori stanno analizzando i principi attivi di migliaia di farmaci già esistenti, e progettati per altre malattie, alla ricerca di soluzioni per impedire al coronavirus di approfittarsene.

Un primo set di dieci farmaci è stato di recente inviato dal QBI al Mount Sinai Hospital di New York e all’Istituto Pasteur di Parigi. I test di laboratorio prevedono, tra le altre cose, l’analisi della reazione del coronavirus ai principi attivi in cellule di primati non umani in vitro. A seconda dei risultati, i ricercatori potranno poi testare i farmaci su cavie animali infettate con il coronavirus.

Solo dopo questi primi test si potrà procedere con la sperimentazione sugli esseri umani, con grande attenzione per gli eventuali effetti collaterali. Principi attivi utili per ridurre la replicazione del coronavirus intervenendo su alcune proteine, per esempio, potrebbero avere effetti imprevisti su altre attività dell’organismo. Le nuove tecnologie e l’impegno di numerosi ricercatori stanno consentendo di accorciare i tempi, ma saranno comunque necessari mesi prima di identificare un eventuale trattamento efficace per i casi più gravi di COVID-19.

Antivirali
Il lavoro del QBI interessa numerosi farmaci sviluppati per trattare alcune forme di tumore e non necessariamente le infezioni virali. Altri ricercatori si stanno invece dedicando agli antivirali già disponibili, cioè ai farmaci che vengono utilizzati per rallentare o fermare la replicazione dei virus. I loro principi attivi sono piuttosto specifici, ma si ipotizza che con una giusta combinazione si possano ottenere risultati anche con la COVID-19.

Tra gli antivirali ritenuti per ora più promettenti c’è il remdesivir, farmaco di recente introduzione, sviluppato negli anni delle epidemie causate da Ebola in Africa occidentale tra il 2013 e il 2016. La sua sperimentazione portò a risultati che sembravano essere incoraggianti, ma un impiego su più grande scala rivelò una scarsa efficacia rispetto ad altre soluzioni. Il farmaco era stato sperimentato anche per trattare alcuni casi di MERS e SARS, sindromi respiratorie causate da altri coronavirus, con qualche risultato positivo.

Il remdesivir è attualmente oggetto di almeno cinque sperimentazioni cliniche. L’obiettivo è capire non solo se sia efficace contro l’attuale coronavirus, ma anche se comporti effetti collaterali tollerabili dai pazienti. In alcuni casi, infatti, farmaci molto potenti potrebbero avere la controindicazione di arrecare più danno che benefici, e trovare il giusto equilibrio non è semplice.

Primo insuccesso
Dalla Cina sono intanto arrivate le prime valutazioni su un’altra sperimentazione con antivirali che era stata ritenuta promettente, e le notizie non sono buone. Sulla rivista scientifica The New England Journal of Medicine, un gruppo di ricercatori ha segnalato di non avere rilevato benefici su pazienti gravemente malati di COVID-19 dopo la somministrazione di lopinavir e ritonavir, due antivirali normalmente impiegati contro l’HIV e che sembravano essere indicati nel trattamento di infezioni da coronavirus.

Nello studio, i ricercatori spiegano comunque che la loro esperienza è stata parziale e che le loro conclusioni non devono essere considerate definitive. La ricerca è stata condotta su 199 adulti di età compresa tra i 49 e i 68 anni, tutti ricoverati in gravi condizioni a causa del coronavirus in un ospedale di Wuhan. Per 14 giorni metà è stata trattata con le normali terapie e metà con i due antivirali: al termine della sperimentazione non sono state rilevate differenze tra i due gruppi né in termini di accorciamento della malattia né nella riduzione delle morti.

In un editoriale che accompagna lo studio, medici e ricercatori sono stati lodati per l’accuratezza del loro lavoro, realizzato in condizioni molto difficili con gli ospedali pieni di pazienti da assistere. L’auspicio è che sperimentazioni cliniche come questa siano ripetute in altre strutture ospedaliere, per avere più dati e informazioni sull’eventuale efficacia di farmaci e trattamenti.