Operatori sanitari infetti, Inail: è infortunio sul lavoro

I contagi da nuovo Coronavirus di medici, infermieri e altri operatori dipendenti del Servizio sanitario nazionale e di qualsiasi altra struttura sanitaria pubblica o privata assicurata con l’Inail, avvenuti nell’ambiente di lavoro o a causa dello svolgimento dell’attività lavorativa, sono tutelati a tutti gli effetti come infortuni sul lavoro. Lo ha specificato proprio l’Inail in una nota indirizzata alle strutture centrali terriotriali.

Infezione da Covid-19 per sanitari tutelata come infortunio sul lavoro

Medici, infermieri, operatori socio sanitari e tutti gli operatori di qualsiasi struttura sanitaria pubblica o privata che abbiano contratto il coronavirus – in presenza di un rischio specifico commisurato in base al dato epidemiologico territoriale – saranno equiparati agli infortunati sul lavoro nel caso in cui sia accertata (o anche solo presunta) l’origine professionale del contagio, avvenuto nell’ambiente di lavoro o per causa determinata dallo svolgimento dell’attività lavorativa.

L’Azienda sanitaria locale o la struttura ospedaliera/sanitaria privata di appartenenza del personale infortunato, in qualità di datori di lavoro pubblico o privato, debbono assolvere all’obbligo di effettuare, come per gli altri casi di infortunio, la denuncia/comunicazione di infortunio all’Inail. Resta fermo, inoltre, l’obbligo da parte del medico certificatore di trasmettere all’Istituto il certificato medico di infortunio.

Sono tutelati dall’Inail anche gli eventi infettanti accaduti durante il percorso casa lavoro e viceversa, configurabili quindi come infortuni in itinere.

Cos’è la febbre

Cosa sappiamo – e come lo abbiamo scoperto – dell’aumento della temperatura dei nostri corpi.

Uno dei sintomi più comuni della COVID-19, la malattia causata dal coronavirus, è la febbre, ma la febbre non è necessariamente un sintomo della COVID-19: si può avere la COVID-19 senza febbre (e con sintomi lievissimi) così come si può avere la febbre senza che questo sia per forza segno di una infezione da coronavirus.

In questi giorni scoprire di avere qualche linea di febbre può fare una differenza impensabile fino a qualche mese fa, ma ci sono ancora tante cose che non sappiamo sulla temperatura corporea umana: a cominciare dal fatto che non esiste un singolo valore per il quale si possa parlare davvero di “febbre” in modo univoco. E anche una volta che si sceglie un certo valore, è difficile fare misurazioni davvero precise e omogenee.

La prima cosa da dire sulla febbre è che è un sintomo di qualcos’altro, non una malattia “indipendente”. Per capirlo, però, ci è voluto molto tempo: «Per la maggior parte della storia umana», scrisse l’Atlantic qualche anno fa, «una temperatura corporea insolitamente alta era considerata un segno del soprannaturale». Gli stati febbrili, allora ancor più che ora, erano però piuttosto comuni, al punto che nell’antica Roma c’erano addirittura templi in cui si andava appositamente per chiedere alla dea Febris un qualche tipo di intervento divino che aiutasse la guarigione. La febbre, tra l’altro, era a suo modo paradossale: a cominciare dal fatto che si era caldi ma si sentiva freddo.

Per millenni la febbre continuò a essere considerata come qualcosa di diverso da un semplice aumento della temperatura corporea, e si faticava a capire che fosse un sintomo e non un qualche tipo di morbo o malattia. Non si capiva, inoltre, come fosse possibile che una febbre alta potesse a volte passare velocemente mentre altri stati febbrili più moderati potessero non passare e, in certi casi, avere gravissime conseguenze. Nei secoli, l’esperienza e lo studio aiutarono a migliorare un po’ le cose.

Già nel Diciottesimo secolo il medico italiano Francesco Torti realizzò un “albero delle febbri“, per provare a distinguere i vari tipi di stati febbrili. Ma ancora nel Diciottesimo e nel Diciannovesimo secolo i giornali erano pieni di pubblicità di prodotti per “curare la febbre”, ed era frequente leggere di persone “morte per febbre” o di città in cui era “arrivata la febbre”: come se a diffondersi contagiando sempre più persone fosse quella, e non la malattia che spesso la causava. Tracce di queste idee restano ancora oggi nel fatto che, per esempio, parliamo del tifo itteroide come della “febbre gialla“.

Nel tentativo di curare il sintomo, senza capire (e quindi trattare) la malattia, si finì spesso per fare gravi danni alla salute di chi si voleva curare. Con il passare del tempo si capì infine che la febbre era una reazione del corpo a qualche altro tipo di problema: mentre si capiva cosa fare per provare a far scendere la febbre si capì, soprattutto, che bisognava anche capire cosa l’avesse causata.

Oggi possiamo dire che dal punto di vista medico la febbre è una «condizione patologica temporanea che modifica la temperatura organica di riferimento, alterando il livello della normale termoregolazione corporea su una soglia di valori più alta». Questa condizione in genere segue un particolare decorso – le cui fasi sono note come accensione, fastigio e defervescenza – e che può manifestarsi in modi diversi (può cioè essere costante oppure avere anche oscillazioni e intermittenze).

La febbre, spiega il sito dell’Humanitas, ospedale e centro di ricerca di Milano, è «un segnale che l’organismo sta cercando di controllare fenomeni anomali, solitamente di natura infettiva», ma in certi casi può avere anche altre cause. Per regolare la propria temperatura – che è ottenuta grazie al modo in cui le cellule processano le sostanze nutrienti – l’organismo ha diversi mezzi: l’aumento o la diminuzione della circolazione sanguigna, il sudore o i brividi.

Semplificando molto le cose, il centro di controllo della temperatura di un organismo – il nostro termostato – è l’ipotalamo, alla base del cervello. In normali condizioni usa i mezzi a sua disposizione per regolare la temperatura in base alle informazioni che gli arrivano dalle terminazioni nervose. In caso di infezioni l’ipotalamo aumenta la temperatura corporea perché alcune molecole gli fanno sapere, attraverso il nostro flusso sanguigno, che c’è qualcosa che non va: che bisogna fare qualcosa per stimolare il sistema immunitario e creare un contesto più ostile a eventuali agenti infettivi (per lo più virus e batteri). La febbre, quindi, è una sorta di messaggio di allerta.

È invece impossibile dire con esattezza dove inizi la febbre. L’Humanitas parla di «temperatura corporea normale compresa tra 36 e 37,2 gradi». In relazione al coronavirus, l’NHS, il sistema sanitario britannico, scrive che in genere si può parlare di febbre quando la temperatura è superiore ai 37,8 °C. Il CDC, il più importante organo di controllo sulla sanità pubblica statunitense, parla invece di 100 gradi Fahrenheit, cioè poco più di 37,7 °C.

Sul sito dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si trovano un documento di gennaio che invita a fare attenzione a quando la temperatura del corpo supera i 38 °C e uno più recente che, tra i sintomi possibilmente collegati al coronavirus, mette la “febbre bassa” e dice che è da considerarsi febbre qualsiasi caso in cui la temperatura corporea sia superiore ai 37,3 °C.

Il ministero della Salute italiano, invece, ricorda che «ai soggetti con febbre superiore a 37,5 gradi è fortemente raccomandato di rimanere a casa e limitare al massimo i contatti sociali». La regione Lombardia dice che con una temperatura superiore ai 37,5 °C non si può andare a fare la spesa e che nel caso di «operatori sanitari» (ai quali andrebbe fatta la «rilevazione della temperatura corporea prima dell’inizio del turno di lavoro») «il rilievo del rialzo della temperatura oltre i 37,5 °C comporta l’effettuazione del tampone nasofaringeo per ricerca di SARS-CoV-2 e l’allontanamento dal luogo di lavoro con sospensione dell’attività lavorativa».

Non c’è un dato giusto e uno sbagliato: la temperatura corporea dipende da molti fattori legati alla persona e da luogo, modo e strumenti con cui la temperatura viene rilevata. Ci sono studi che dicono che sulla temperatura influiscono, tra le altre cose, l’ora del giorno (è più alta di sera), il sesso, il peso, l’indice di massa corporea (più è alto, più può essere alta la temperatura), l’età (gli anziani tendono ad avere una temperatura corporea un po’ più bassa) e anche diverse situazioni ambientali (stare in casa col cappotto è diverso che stare in maglietta all’aperto). La stessa persona, al cambiare di poche variabili, può avere temperature diverse.

Inoltre, due misurazioni fatte alla stessa persona variano a seconda del termometro usato e del punto in cui si misura la temperatura. La temperatura rettale, ovviamente, è più alta di quella orale e ascellare, a loro volta leggermente più alte di quella rilevata direttamente sulla pelle. Ogni tipo di misurazione ha i suoi vantaggi e svantaggi (anche legati alle situazioni e al tipo di invasività richiesto).

È certo, comunque, che la misurazione “a distanza” fatta con i termometri a infrarossi (quella a cui si viene in genere sottoposti al lavoro, per strada o al supermercato nel caso di controlli legati al coronavirus) sia la meno precisa di tutte. Come ha scritto il New York Times, questi termometri «tendono a essere inaffidabili se usati fuori da contesti medici attentamente controllati». James Lawler, esperto di medicina, ha detto che quando era in Africa occidentale durante l’epidemia di ebola gli capitò spesso che quei termometri dicessero che stava praticamente per morire di ipotermia, visto che la temperatura che rilevavano erroneamente era di 35 °C, ben al di sotto di quella che sappiamo essere la temperatura media del corpo umano.

Ma anche su quale sia esattamente la giusta temperatura media ci sono molti dubbi. L’importanza che diamo al valore simbolico dei 37° C ha molto a che fare con misurazioni fatte intorno alla metà dell’Ottocento, in un periodo storico in cui la scienza medica era ancora piuttosto incerta, dal medico Carl Reinhold August Wunderlich. Sulla base di circa 25mila misurazioni, Wunderlich concluse infatti che la temperatura ideale del corpo umano fosse appunto di 37 °C.

Per quanto fossero meticolosi per gli standard del tempo, dagli studi di Wunderlich sono cambiate molte cose (compresa la precisione dei termometri) e negli ultimi anni sono arrivati studi che parlano di temperature corporee medie più basse, seguiti a loro volta da una ricerca pubblicata da eLife secondo cui a cambiare è stata proprio la temperatura media dei nostri corpi, che con il passare dei decenni si sarebbe abbassata. Questi cambiamenti sarebbero influenzati dai diversi stili di vita (è possibile che l’avvento di sistemi di condizionamento e riscaldamento, negli ambienti in cui trascorriamo più tempo, abbia influito sulla nostra termoregolazione) e dal miglioramento nel trattamento di diverse malattie (una cosa che, nel complesso, ha diminuito la frequenza degli stati infiammatori e di conseguenza i meccanismi che comportano una temperatura corporea più alta).

È presto per dire con certezza se e quanto siamo diventati più caldi, ma è sicuro che –nonostante il termometro esista già da secoli e sia da decenni «una delle icone delle medicina moderna» – il coronavirus ha dato alla febbre un’importanza che per la maggior parte delle persone ormai aveva smesso di avere. Parlando al New York Times, l’epidemiologo Waleed Javaid ha detto: «Penso che finiremo col decidere che, così come certe persone si misurano la pressione per tenerla sotto controllo, dovranno anche misurarsi la temperatura in condizioni normali». Julie Parsonnet, esperta di malattie infettive, ha ricordato però che la temperatura è solo un numero e un fattore, tra tanti altri. Così come un’alta temperatura non sempre è sinonimo di malattia, si può essere malati anche senza febbre.

Il grande test dell’OMS contro il coronavirus

I quattro trattamenti più promettenti contro la COVID-19 saranno sperimentati su scala globale, con un sistema di raccolta dati in tempo reale per verificarne l’efficacia.

La pandemia da coronavirus sta portando alla realizzazione di uno dei più grandi test clinici a livello globale mai tentati. L’iniziativa si chiama SOLIDARITY ed è stata ideata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con l’obiettivo di sperimentare i quattro trattamenti che al momento sembrano essere più promettenti contro la COVID-19, la malattia causata dal coronavirus. I test coinvolgono farmaci già esistenti e usati – per esempio – contro l’HIV ed Ebola, e potranno essere svolti in migliaia di ospedali in giro per il mondo, senza particolari complicazioni per il personale medico alle prese con la più grande crisi sanitaria di questo secolo.

Nell’80 per cento dei casi il coronavirus causa sintomi lievi che non rendono necessario il ricovero in ospedale, ma per i casi restanti con sintomi più importanti o gravi il ricovero è talvolta inevitabile. I pazienti più a rischio possono sviluppare pericolose polmoniti, che devono essere trattate nei reparti di terapia intensiva, spesso facendo ricorso all’intubazione per facilitare la respirazione. I trattamenti servono a prendere tempo, in attesa che il sistema immunitario riesca a sconfiggere la malattia.

Un ricovero in terapia intensiva può quindi durare diverse settimane, e questo complica la gestione di molti pazienti gravi, perché i posti in questi reparti altamente specializzati sono pochi. Farmaci più efficaci nel trattare la COVID-19 potrebbero contribuire enormemente a ridurre i tempi di degenza, consentendo al personale sanitario di trattare molti più pazienti, evitando il sovraffollamento ospedaliero (che inevitabilmente si riflette sulla qualità dell’assistenza).

Da quando è iniziata l’epidemia da coronavirus, medici e ricercatori hanno valutato e sperimentato su piccola scala decine di diversi farmaci, già disponibili e sviluppati per altre malattie. Alcuni test si sono rivelati fallimentari, altri un poco più promettenti, ma è mancato un coordinamento internazionale per avere dati su scala più grande. L’OMS vuole quindi concentrare le attenzioni su quattro trattamenti e offrire ai medici una piattaforma online dove condividere facilmente le loro esperienze, in modo da raccogliere i dati il più rapidamente possibile.

Clorochina e idrossiclorochina
Sono due farmaci utilizzati da quasi un secolo per prevenire e trattare la malaria. Riducono l’acidità negli endosomi, le vescicole che fanno transitare materiale attraverso la membrana cellulare, uno dei meccanismi sfruttati da alcuni virus per entrare nelle cellule. Il coronavirus, però, utilizza un sistema diverso per penetrare nella cellula (tramite le proteine sulle sue punte, da cui deriva il prefisso “corona”) e non è quindi chiaro se clorochina e idrossiclorochina siano efficaci. Alcuni test di laboratorio, quindi su culture cellulari in vitro, hanno indicato un qualche effetto sul coronavirus, ma le dosi necessarie per ottenere risultati apprezzabili sono alte e questo potrebbe comportare un’eccessiva tossicità del trattamento.

Finora medici e ricercatori cinesi hanno pubblicato una ventina di studi e relazioni sulle loro esperienze cliniche con clorochina e idrossiclorochina per trattare la COVID-19, ma senza dati chiari e univoci sugli effetti dei farmaci. Altri studi condotti in Europa hanno dato esiti incerti e rimangono le preoccupazioni sulla tossicità del trattamento.

Inizialmente l’OMS non aveva intenzione di inserire i due farmaci in SOLIDARITY, ma i suoi esperti hanno poi cambiato idea in seguito al grande dibattito scientifico e nell’opinione pubblica intorno a questi trattamenti. Il confronto è stato in parte incentivato da alcune dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che in una conferenza stampa aveva definito “rivoluzionari” i due farmaci, senza però mostrare di avere compreso molto il contesto.

Lopinavir e ritonavir
La sperimentazione riguarda anche due antiretrovirali solitamente utilizzati nelle infezioni da HIV e combinati nel farmaco dal nome commerciale Kaletra. Il medicinale ha la capacità di bloccare l’attività di un enzima che attiva alcune proteine virali, consentendo in questo modo al virus dell’HIV di ottenere l’accesso alle cellule, nelle quali si replica facendo aumentare l’infezione nell’organismo.

Il Kaletra è impiegato da circa 20 anni e si è notato che può avere effetti simili con virus diversi dall’HIV. Negli anni scorsi, per esempio, si è rivelato promettente per trattare la MERS, un’altra sindrome respiratoria causata da un coronavirus, nelle cavie di laboratorio.

I primi test con il Kaletra contro l’attuale coronavirus non sono stati però molto incoraggianti. Una ricerca – svolta in Cina su 199 pazienti e pubblicata sulla rivista scientifica NEJM – spiega di non avere rilevato particolari differenze nel trattamento dei pazienti con o senza il farmaco. Lo studio specifica comunque che il medicinale è stato impiegato in uno stadio avanzato della COVID-19, quando i pazienti avevano sviluppato sintomi molto gravi, e che ci potrebbero quindi essere margini per impiegarlo su casi meno gravi e prevenire ulteriori peggioramenti.

Kaletra e interferone beta
Il trattamento prevede l’impiego di lopinavir e ritonavir con l’interferone beta, una molecola coinvolta nei sistemi di regolazione dell’infiammazione nel nostro organismo (è il sistema immunitario a causare l’infiammazione per superare le infezioni, facendo aumentare tra le altre cose la temperatura dei tessuti). Un trattamento simile era già stato sperimentato su cavie di laboratorio contro la MERS. L’impiego dell’interferone beta è però rischioso nei pazienti con COVID-19, perché potrebbe ridurre la capacità del sistema immunitario di contrastare la diffusione nell’organismo del coronavirus.

Remdesivir
Il remdesivir era stato sviluppato dall’azienda farmaceutica Gilead contro Ebola, ma senza che si rivelasse efficace come sperato nei test sul campo. Il farmaco prende comunque di mira un enzima coinvolto nella replicazione dei virus a RNA (il modo in cui è organizzato il loro codice genetico) come i coronavirus. Un paio di anni fa, una ricerca ha per esempio dimostrato che il remdesivir inibisce i coronavirus responsabili della MERS e della SARS, malattia respiratoria causata da un coronavirus simile all’attuale.

Le esperienze su remdesivir e COVID-19 disponibili finora sono aneddotiche, ma comunque incoraggianti. È però necessario uno studio molto più ampio per verificare non solo l’efficacia del farmaco, ma anche la sua sicurezza su pazienti con particolari condizioni cliniche. Come per altri farmaci simili, il remdesivir potrebbe essere efficace soprattutto se somministrato dopo l’insorgere dei primi sintomi, riducendo il rischio che peggiorino.

SOLIDARITY
L’OMS ha cercato di mantenere il più semplice possibile l’accesso al suo test globale, in modo che possano partecipare ospedali e operatori sanitari da tutto il mondo. Quando una persona risulta positiva al coronavirus, viene ritenuta compatibile per testare i farmaci e presta il proprio consenso, spetta al suo medico inserire i dati su un portale dell’OMS, specificando la presenza di eventuali malattie pregresse come problemi cardiaci, diabete o HIV. Il medico deve poi indicare quali farmaci sono disponibili nell’ospedale in cui è ricoverato il paziente ed è il sito ad assegnare una delle quattro terapie.

L’inserimento sul portale è l’unica azione richiesta ai medici per tutto il tempo di degenza del paziente. Al termine della terapia, il medico si collega nuovamente e indica sul portale la data di dimissione del paziente o del suo decesso, insieme a poche altri dettagli (per esempio se si fosse resa necessaria o meno l’intubazione).

Il grande test clinico globale organizzato dall’OMS non è “a doppio cieco”, cioè nella modalità in cui sia gli sperimentatori sia i pazienti ignorano informazioni fondamentali la cui conoscenza potrebbe influenzare i risultati. I pazienti potrebbero quindi subire l’effetto placebo sapendo di avere ricevuto uno dei farmaci della sperimentazione, rispetto ai trattamenti standard. Gli esperti dell’OMS hanno spiegato di aver valutato i costi e i benefici di questa scelta, optando per un sistema che permetta di avere il più rapidamente possibile molti dati da numerose esperienze cliniche.

SOLIDARITY non funziona comunque con uno schema completamente fisso: l’OMS terrà sotto controllo da subito i dati, man mano che arrivano tramite il portale, e interverrà per affinare le ricerche, eventualmente escludere uno dei quattro trattamenti o aggiungere nuovi farmaci sperimentali. Più medici, ospedali e istituzioni parteciperanno condividendo le esperienze su migliaia di pazienti, più il sistema si potrà rivelare utile per capire su quali soluzioni puntare.

Discovery e altri
L’Institut national de la santé et de la recherche médicale della Francia, ha annunciato “Discovery”, un progetto simile a SOLIDARITY che coinvolgerà 3.200 pazienti da sette paesi. Altri centri di ricerca stanno organizzando iniziative simili, che potranno contribuire a raccogliere dati e informazioni sui trattamenti con il maggior potenziale per trattare la COVID-19.

Esiti
L’iniziativa avviata dall’OMS è estremamente ambiziosa e non era mai stata tentata prima in questi termini, soprattutto per i tempi rapidi che si è data l’Organizzazione. Entro poche settimane dovrebbero essere disponibili i primi risultati, su cui ragionare per trovare nuove soluzioni contro la malattia. L’attuale coronavirus è del resto noto da circa tre mesi e molte delle sue caratteristiche sono ancora da scoprire. L’assenza di un vaccino, ancora in fase di sviluppo e con la prospettiva di non averlo pronto prima del prossimo anno, rende i trattamenti con i farmaci l’unica vera alternativa per ridurre la letalità della COVID-19 e fare in modo che gli ospedali possano lavorare evitando il collasso.

ASSUNZIONI URGENTI A TEMPO DETERMINATO FINO AL PERDURARE DELL’EMERGENZA COVID-19 NEL PROFILO DI: – FUNZIONARIO DIRETTIVO SOCIO SANITARIO (INFERMIERE PROFESSIONALE) CAT. D – COLLABORATORE SOCIO-SANITARIO (ADDETTO AI SERVIZI TUTELARI) CAT. B

Assunzioni urgenti a tempo determinato fino al perdurare dell’Emergenza COVID-19 nel profilo di: Funzionario direttivo (Farmacista) CAT D, Funzionario Direttivo Socio Sanitario (Infermiere Professionale ) CAT. D, Collaboratore Socio Sanitario (Addetto ai Servizi Tutelari) CAT. B

Si informa che il Comune di Trieste, per far fronte all’emergenza epidemiologica da COVID-19, ha necessità di assumere personale a tempo determinato, per la durata di sei mesi eventualmente prorogabili, nei profili sopra indicati, da assegnare alle strutture socio sanitarie.

  • Per l’assunzione nel profilo di Funzionario Direttivo Socio Sanitario (Infermiere Professionale) è richiesta l’iscrizione all’Albo dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche.
  • Per l’assunzione nel profilo di Collaboratore Socio Sanitario (Addetto ai Servizi Tutelari) è richiesto il possesso dell’attestato di qualifica professionale di Operatore Socio-Sanitario (OSS).
Il presente avviso sostituisce quello precedentemente pubblicato.

A che punto siamo con i farmaci contro il coronavirus

Una collaborazione internazionale sta studiando oltre 50 principi attivi che potrebbero fermare il virus, mentre c’è un primo insuccesso di una terapia antivirale.

Migliaia di ricercatori in tutto il mondo sono al lavoro per trovare nuovi trattamenti contro la COVID-19, la malattia causata dal coronavirus. Uno dei progetti più promettenti è stato organizzato dall’Università della California (San Francisco) e ha portato all’identificazione di 50 farmaci già esistenti e sviluppati per altre malattie, che potrebbero offrire nuovi sistemi per bloccare il virus e impedirgli di replicarsi nelle cellule del nostro organismo. Rispetto ad altre epidemie emerse in passato e su scala più piccola, le ricerche stanno procedendo più velocemente, tra speranze e primi insuccessi nelle sperimentazioni.

Non c’è cura
A oggi contro la COVID-19 non c’è una cura. La maggior parte degli infetti sviluppa sintomi lievi, che passano dopo un paio di settimane di isolamento a casa assumendo farmaci per ridurre febbre e dolori. Per gli altri può essere necessario il ricovero in ospedale a causa di sintomi più gravi, soprattutto a carico dell’apparato respiratorio. I pazienti ricoverati sono trattati nei normali reparti o in terapia intensiva, a seconda delle loro condizioni, ma con trattamenti che possono solamente ridurre i sintomi o favorire la respirazione (tramite mascherine a ossigeno o con l’intubazione). L’obiettivo è guadagnare tempo, evitando che il paziente si aggravi mentre il suo sistema immunitario reagisce all’infezione per sbarazzarsi del virus.

Farmaci e proteine
La ricerca di farmaci efficaci si sta quindi concentrando sull’identificazione di principi attivi che possano bloccare il coronavirus, impedendogli di attaccare le cellule e di sfruttarle per replicarsi e aumentare l’infezione. Centinaia di ricercatori coordinati dal Quantitative Biosciences Institute Coronavirus Research Group (QBI) dell’Università della California, per esempio, stanno studiando i farmaci oggi disponibili sul mercato, per identificare i candidati più promettenti contro la COVID-19. L’obiettivo è trovare principi attivi che facciano da barriera tra il coronavirus e le proteine delle nostre cellule che vengono sfruttate dal virus per produrre le sue copie.

Le ricerche presso il QBI sono state avviate a inizio gennaio, quando erano iniziate a circolare le prime informazioni sul coronavirus (SARS-CoV-2), in seguito ai primi casi gravi di polmoniti atipiche nell’area di Wuhan, in Cina, da dove è partita l’attuale epidemia. L’attività più importante ha riguardato lo studio delle proteine presenti nelle nostre cellule che vengono sfruttate dal coronavirus per replicarsi. Una mappatura di questo tipo richiede di solito un paio di anni per essere svolta, ma grazie alla collaborazione di una ventina di laboratori è stato possibile ottenere una prima mappa in una manciata di settimane.

Mappa
Il risultato è stato reso possibile dalle conoscenze accumulate negli anni scorsi, attraverso lo studio di altri virus. I ricercatori avevano per esempio già svolto una mappa delle proteine sfruttate dall’HIV e da alcuni virus che causano Ebola e la dengue.

Gli studi di laboratorio svolti a febbraio hanno permesso di scoprire oltre 400 proteine che, in un modo o nell’altro, sembrano essere coinvolte dall’attività del coronavirus sul sistema respiratorio. Sono sfruttate in vario modo, per esempio per eludere le difese dell’involucro protettivo della cellula (membrana cellulare), inserire il codice genetico (RNA) del coronavirus e sfruttare poi le strutture cellulari (organuli) per produrre nuove copie del virus, che vengono rilasciate dalla cellula. Queste copie attaccano poi altre cellule dell’apparato respiratorio per replicarsi ulteriormente. Il sistema immunitario reagisce con un’infiammazione, che serve a uccidere il virus e a distruggere le cellule che fanno da fotocopiatrici, ma non sempre il contrattacco è efficace e così si assiste a un peggioramento dei pazienti.

La mappa ha messo in evidenza diverse interazioni tra il coronavirus e proteine cellulari che, almeno finora, non sembrano avere nulla a che fare con la produzione di nuove copie del virus. Queste interazioni passate inosservate finora potrebbero nascondere la chiave per capire alcune caratteristiche della replicazione virale, offrendo la possibilità di intervenire per bloccarla. Per ogni proteina della mappa, i ricercatori stanno analizzando i principi attivi di migliaia di farmaci già esistenti, e progettati per altre malattie, alla ricerca di soluzioni per impedire al coronavirus di approfittarsene.

Un primo set di dieci farmaci è stato di recente inviato dal QBI al Mount Sinai Hospital di New York e all’Istituto Pasteur di Parigi. I test di laboratorio prevedono, tra le altre cose, l’analisi della reazione del coronavirus ai principi attivi in cellule di primati non umani in vitro. A seconda dei risultati, i ricercatori potranno poi testare i farmaci su cavie animali infettate con il coronavirus.

Solo dopo questi primi test si potrà procedere con la sperimentazione sugli esseri umani, con grande attenzione per gli eventuali effetti collaterali. Principi attivi utili per ridurre la replicazione del coronavirus intervenendo su alcune proteine, per esempio, potrebbero avere effetti imprevisti su altre attività dell’organismo. Le nuove tecnologie e l’impegno di numerosi ricercatori stanno consentendo di accorciare i tempi, ma saranno comunque necessari mesi prima di identificare un eventuale trattamento efficace per i casi più gravi di COVID-19.

Antivirali
Il lavoro del QBI interessa numerosi farmaci sviluppati per trattare alcune forme di tumore e non necessariamente le infezioni virali. Altri ricercatori si stanno invece dedicando agli antivirali già disponibili, cioè ai farmaci che vengono utilizzati per rallentare o fermare la replicazione dei virus. I loro principi attivi sono piuttosto specifici, ma si ipotizza che con una giusta combinazione si possano ottenere risultati anche con la COVID-19.

Tra gli antivirali ritenuti per ora più promettenti c’è il remdesivir, farmaco di recente introduzione, sviluppato negli anni delle epidemie causate da Ebola in Africa occidentale tra il 2013 e il 2016. La sua sperimentazione portò a risultati che sembravano essere incoraggianti, ma un impiego su più grande scala rivelò una scarsa efficacia rispetto ad altre soluzioni. Il farmaco era stato sperimentato anche per trattare alcuni casi di MERS e SARS, sindromi respiratorie causate da altri coronavirus, con qualche risultato positivo.

Il remdesivir è attualmente oggetto di almeno cinque sperimentazioni cliniche. L’obiettivo è capire non solo se sia efficace contro l’attuale coronavirus, ma anche se comporti effetti collaterali tollerabili dai pazienti. In alcuni casi, infatti, farmaci molto potenti potrebbero avere la controindicazione di arrecare più danno che benefici, e trovare il giusto equilibrio non è semplice.

Primo insuccesso
Dalla Cina sono intanto arrivate le prime valutazioni su un’altra sperimentazione con antivirali che era stata ritenuta promettente, e le notizie non sono buone. Sulla rivista scientifica The New England Journal of Medicine, un gruppo di ricercatori ha segnalato di non avere rilevato benefici su pazienti gravemente malati di COVID-19 dopo la somministrazione di lopinavir e ritonavir, due antivirali normalmente impiegati contro l’HIV e che sembravano essere indicati nel trattamento di infezioni da coronavirus.

Nello studio, i ricercatori spiegano comunque che la loro esperienza è stata parziale e che le loro conclusioni non devono essere considerate definitive. La ricerca è stata condotta su 199 adulti di età compresa tra i 49 e i 68 anni, tutti ricoverati in gravi condizioni a causa del coronavirus in un ospedale di Wuhan. Per 14 giorni metà è stata trattata con le normali terapie e metà con i due antivirali: al termine della sperimentazione non sono state rilevate differenze tra i due gruppi né in termini di accorciamento della malattia né nella riduzione delle morti.

In un editoriale che accompagna lo studio, medici e ricercatori sono stati lodati per l’accuratezza del loro lavoro, realizzato in condizioni molto difficili con gli ospedali pieni di pazienti da assistere. L’auspicio è che sperimentazioni cliniche come questa siano ripetute in altre strutture ospedaliere, per avere più dati e informazioni sull’eventuale efficacia di farmaci e trattamenti.